Clavicembali fiamminghi

Strumenti costruiti in modo molto pragmatico, senza badare ad eccessi di virtuosismo nell’ebanisteria e nello sfoggio di materie preziose o ricercate, sono manifesto chiaro di una cultura pragmatica, commerciale e ambiziosa come quella del mondo dei paesi bassi del primo Seicento.
Pochi i nomi di costruttori (se paragonati alla miriade di botteghe italiane) e perlopiù concentrati nella città di Antwerpen (Anversa) prima e Amsterdam poi, svetta su tutti piuttosto illustre già alla sua epoca, la famiglia dei Ruckers che mise in armi una vera e propria manifattura di clavicembali e strumenti annessi, organizzata, seriale e capace di produrre migliaia di strumenti esportati sin da subito in tutte le parti del mondo musicale dell’epoca.
La gran parte di questi cembali, per indubbia qualità di durata e molteplicità timbrica, per vicinanza geografica e culturale, sono poi diventati materia prima per la costruzione di molti cembali francesi del XVIII secolo nati come ravalement (restauro e ampliamento) di cembali fiamminghi seicenteschi.
Quando raramente sopravvissuti nella forma originale ovvero con disposizione 1×8’-1×4’ su un manuale o con due tastiere ma disallineate tra loro per scopi “traspositivi”, i cembali fiamminghi dimostrano un suono decisamente più nasale dei lontani cugini italiani, dei bassi già profondi e caldi per quanto ancora ben lontani dalle impervie profondità dello strumento francese del Settecento maturo, degli acuti decisi e svettanti in virtù di tensioni di lavoro delle corde piuttosto alte.

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