Clavicembali italiani

Difficile e improprio, pressoché impossibile, è ricondurre sotto un unico insieme coerente il cosiddetto “clavicembalo italiano” data l’enorme casistica di modelli prodotti in antichità nella penisola; si trovano ai punti estremi lo strumento rinascimentale più arcaico, interamente in acero ed incordato in ferro e spesso con tasti enarmonici e quello tardo seicentesco, praticato per gran parte del Settecento, tutto interamente in cipresso e con corde in ottone e discendente all’ottava stesa: asciutto e gagliardo è il primo, morbido e sinuoso il secondo.

Strumenti dalle apparentemente modeste risorse musicali in ambito solistico, causa le ridotte estensioni di tastiera e degli acuti non votati ad una spiegata cantabilità, in realtà i clavicembali italiani ben costruiti nascondono in seno un caleidoscopio timbrico dal fascino inestimabile che rende ben giustizia anche a molte pagine solistiche laddove la necessità è chiarezza del contrappunto ed equilibrio nell’intera tessitura.

Per questa varietà straordinaria di registri linguistici e per un richiamo atavico di appartenenza geografica, il cembalo italiano risulta per me un legante ancor più forte con la tradizione artigianale, le essenze legnose, i materiali, i colori, i profumi e i dialetti della nostra meravigliosa penisola e il suo studio e costruzione parte principale e imprescindibile della mia attività.

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